Se ne discute poco, probabilmente non troppo. Meglio la didattica online o in presenza? La prima potrebbe sostituire la seconda? Possono le due coesistere, senza che l'una prevalga sull'altra, o la prima, a lungo andare, soverchierà la seconda? Ma soprattutto: che senso ha porsi queste domande? In funzione di cosa dovremmo discutere di un simile problema? In fin dei conti la lezione è garantita, gli esami pure e con essi il raggiungimento di un titolo di studio. Sembra non cambiare nulla. Ma, forse, ci sfugge qualcosa. Un qualcosa che, dimenticato, non viene portato alla luce, o almeno non nell'immediato: l'essere umano. Cosa si addice a costui e cosa no? Quella che, a mio parere, dovrebbe essere la domanda centrale, ha ormai da tempo lasciato spazio ad altre questioni. E la dimenticanza precedente potrebbe essere il sintomo di questo, ormai probabilmente irrimediabile, problema.

L'emergere di un terreno comune

L'essere umano è il cosa. E' ciò in funzione del quale la problematica è posta. Potremmo ora chiederci: "si addice a tale essere la didattica a distanza, con tutto ciò che comporta?" e "in che modo un simile slittamento influisce su di esso, se influisce?". A tali questioni se ne aggiunge un'altra altrettanto decisiva: "che cos'è università? Che cosa significa, al di là delle definizioni da vocabolario, questo termine?". Ma qui, come una cascata di domande senza fine, si potrebbe ancora aggiungere: "ha realmente senso chiederselo?". Alla fine qualcuno potrebbe obiettare: "no che non ha senso: è il singolo che, in relazione al suo modo di concepire l'università, stabilisce il che cosa, che decide del suo destino". E, per carità, potrebbe anche avere ragione. Ma, se ci riflettiamo un attimo, ci accorgiamo che nel semplice momento in cui pronunciamo tale parola e l'altro ci capisce, condividiamo un terreno comune. Altrimenti beh, non ci si capirebbe. Occorre allora dividere ciò che è stato definito terreno comune da ciò che ciascuno, in quanto individuo, pensa dell'università.

Verso una definizione condivisa di università

Preso atto della sua esistenza, occorre ora definirlo, questo terreno. Compito senza dubbio arduo. Ci si pone infatti l'obiettivo di circoscrivere un campo in cui tutti si trovano d'accordo e che, latente, viene continuamente solcato. Altrimenti non sarebbe comune. Partiamo però da ciò che è più semplice. E' chiaro che a comporre le università siano in primo luogo e principalmente studenti e professori, che al loro interno si faccia principalmente lezione e che queste vengano svolte all'interno di spazi adibiti a tale scopo: le aule. Fermarsi qui però sarebbe estremamente riduttivo, almeno rispetto a ciò che in potenza offre un luogo come quello universitario, in linea con una corretta definizione della stessa. Pensiamo a due degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare: pensiamo a quando, terminata una lezione, si parla e ci si confronta su ciò che di lì a poco si è ascoltato, comprendendo, metabolizzando e assimilando meglio il contenuto e provando, nel medesimo tempo, quella gioia della comprensione reciproca (analoga passione) che, a livelli così profondi, nessun altro ambiente al mondo probabilmente ti può dare. O pensiamo ancora a quando ci si ritrova a parlare per interi lunghi minuti con un professore, chiarendo dubbi e chiedendogli curiosità, sempre mossi da quel desiderio di scoprire, di mostrarci partecipi e interessati. Il contatto con l'altro, che sia studente o professore, è all'ordine del giorno, e bisognerebbe interrogarsi su quanto esso è decisivo per lo sviluppo di un sano spirito critico. Bisognerebbe interrogarsi su che danno viene fatto allo studente se non può accedere a tale dimensione ed è costretto a concepire l'università a casa, sui libri e davanti ad un computer. Se sia più decisivo per quest'ultimo, al fine di una maturazione personale limpida e chiarificatrice di un suo percorso futuro, il contatto con il prossimo (e si è accennato alla peculiarità del contatto in questione) o la semplice lettura e studio sui testi. Ma per tornare al punto: l'università offre, come nessun altro ambiente, la possibilità costante di sviluppare idee, iniziare progetti, disfarne altri e soprattutto svilupparsi, prendendo familiarità con i più disparati concetti, compromettendosi con essi e quindi trasformarsi e ri-trasformarsi, per poi, in ultima istanza, aprire le porte al cambiamento (sociale e culturale). L'università è tutto questo e, se non si garantisce in maniera ottimale la formazione di un simile individuo, le cose, in futuro, avranno meno possibilità di cambiare, in quanto viene a mancare il soggetto prediletto per potenziali stravolgimenti.

Ma è solo l'inizio

Ecco, questo potrebbe essere l'inizio di una definizione di università. Già, l'inizio: tanto altro si potrebbe dire ragionando su che cosa l'università ha da sempre rappresentato e, in potenza, offerto. Oggi, più che mai, il terreno comune sopra citato rischia di franare sotto i nostri piedi. Potrebbe, al suo posto, imporsene un altro, che porterebbe con sé una nuova idea di università e che si accompagnerebbe a un'idea di essere umano parimenti cambiata. Ci conviene stare in guardia.

Al fine di evitare fraintendimenti

Le presenti meditazioni prescindono da qualsiasi riflessione di tipo scientifico. Preso atto della particolare situazione in cui ci troviamo e dell'assoluta centralità dell'orizzonte scientifico in quanto risolutore e gestore del problema epidemico, ciò non deve portarci a filtrare ogni problema e ogni aspetto della realtà attraverso quest'ultimo. Attualmente il dibattito pubblico si gioca tra due poli, una dicotomia imposta quanto non scontata: lavoro e salute. Pur non rinnegando (ovviamente) le due dimensioni e il loro rapporto, non possiamo e non dobbiamo dimenticarci di alcuni risvolti, ormai, sembra, estromessi dal dibattito pubblico. Cosi facendo ne paghiamo le conseguenze: in primis, e su tutto, un impoverimento culturale gigantesco e una sottovalutazione di problemi, ahimè, decisivi, come la scuola (ah, e l'università).