La Biblioteca dell'Area Letteraria Storico Filosofica dell’Università di Roma Tor Vergata mette a disposizione degli utenti 16 posti su 184 totali, è aperta dal Lunedì al Venerdì dalle 9.00 alle 15.00 per specifiche esigenze di consultazione e non è possibile introdurre strumenti personali, ivi compresi materiali per la scrittura quali quaderni, matite o libri propri…modalità di accesso comprensibili al momento della riapertura post-lockdown ma oggi -considerando i diversi strumenti disponibili per contrastare l’infezione- obsolete per garantire a tutti l'accesso alla cultura.

Oggi sono ritornata in biblioteca. Seguendo come briciole di pane le frecce gialle sul pavimento, ho varcato quella soglia che non oltrepassavo dal 4 marzo: sono passati 330 giorni, quasi un anno. Eppure sembra ieri: l’ultima volta che mi sono seduta su una di queste sedie stavo ancora scrivendo la tesi. O meglio, lo stava facendo una studentessa che sognava come sarebbe stato bello laurearsi lì fuori, condividere la gioia negli occhi di quei colleghi diventati amici, dopo aver immaginato quel momento per anni, con il completo di quel bel colore, la tesi in tinta e la corona d'alloro...piccole vanità che mi sarei concessa dopo tanto impegno. Eppure, quel momento non c’è mai stato, non è mai andato oltre la mia mente, è sempre stato dominio della mia immaginazione, ed è rimasto tale: ho vissuto solo la simulazione di ciò che sarebbe dovuto essere, seduta al tavolo del salotto, a casa, davanti ad un pc.

Avanzo. Mi guardo attorno: in ogni angolo c’è un ricordo. Sensazioni, volti e momenti svaniscono a poco a poco come inchiostro sbiadito su un fazzoletto bagnato. Su quella sedia mi vedo ancora seduta: sceglievo sempre lo stesso posto quando decidevo di fermarmi anche oltre l'orario di cena per preparare quell’esame particolarmente ostico. Un brivido mi percorre la schiena se ripenso che proprio lì ho incontrato quell’autore che, sebbene fosse così lontano nel tempo, mi aveva fatta sentire per la prima volta così terribilmente viva. Ed arrossisco ancora se ripenso a quell’imbarazzo che mi aveva fatta trasalire quando quello sconosciuto incontrato a lezione si era seduto -anche se attorno c’erano altri posti liberi- proprio accanto a me, tanto vicino da potersi accidentalmente sfiorare. Mi ritorna in mente quella volta che, alzando gli occhi, ho incrociato lo sguardo esitante di chi mi stava già sommessamente osservando. Un sorriso. L’essenziale accade sempre improvvisamente: Heidegger aveva ragione. Ricordo quando questo posto è diventato la mia casa: potevo girovagare col naso all’insù tra gli scaffali alla ricerca di un libro, magari incontrandone un altro con un segreto da raccontare, inaspettatamente meraviglioso. Come direbbe Pavese, niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici. E sì, io ci ho vissuto, attimi felici, perché non si sa mai dove si può stare bene, non si sa mai dove si può nascondere quel piccolo assaggio d’amore che ci è concesso: magari proprio nei luoghi più inaspettati.  Ed è per questo che oggi, ritornando in quell’ambiente un tempo così familiare, mi sono sentita un’estranea non più legittimata ad entrare. È strano tornare in un posto che hai amato. È strano tornare dove hai vissuto una vecchia vita improvvisamente recisa: pensi a quanto avrebbero potuto continuare ad esserti familiari quegli orizzonti, scenografie vuote su cui proiettare sagome e ricordi. Sai di aver amato e ciò che hai amato sarà sempre casa tua, anche quando l’ingresso ti sarà precluso. Ma se sei fuori dalla porta e ti senti legittimata ad entrare -perché lì ti sapresti muovere anche ad occhi chiusi- non lo sei più, non puoi entrare, non hai più le chiavi, hanno cambiato la serratura, anche se in ogni angolo c'è un pezzo della tua vita.

I libri richiesti per la consultazione.

Oggi ho provato a bussare a quella porta, dopo aver preso appuntamento tramite mail inviata svariati giorni prima, dopo aver ricevuto l’autorizzazione per la consultazione di quello specifico libro richiesto -non di altri, nessun incontro fortuito tra gli scaffali accuratamente transennati. Mi è stata data la chiave dell’armadietto in cui ho dovuto lasciare tutti gli effetti personali: nessun libro, nessuna matita, nessun foglio, nessuna penna, niente di niente: solo il Pc -secondo una delle diverse teorie il Virus permarrebbe sulla carta per circa 72 ore. Dopo il consueto rito di purificazione -termoscanner impreciso e igienizzante diluito- sono finalmente potuta entrare, dritta verso la postazione che mi era stata assegnata. Davanti a me, sul tavolo, il libro che avevo prenotato, confezionato in una sterile busta di plastica con sopra il mio nome: scarto il pacchetto e -sperando non ci sia lo zampino echiano- inizio a sfogliare le pagine. Eppure, la concentrazione manca, non posso far a meno di alzare impertinentemente lo sguardo per guardarmi attorno: non c’è nessuno. Qualcuno, a diversi metri di distanza, in piedi, sfoglia frettolosamente un libro e se ne va. Lo scanner è transennato ed imballato con una plastica impolverata, la saletta delle fotocopie chiusa a chiave, il percorso verso le postazioni obbligato -in un unico corridoio- da nastri segnaletici bianchi e rossi. Qualsiasi deviazione è negata da barriere di sedie accatastate, recinti per contenere mandrie: bisogna seguire la strada tracciata, impossibile crearne altre. Ma se volessi ritornare anche il giorno dopo perché magari non ho finito di leggere quel libro o magari perché ho bisogno di consultarne un altro? Occorre mandare di nuovo una mail e ripetere la procedura. Mi dirigo verso l’uscita, mentre la chiave del mio armadietto finisce tra quanto di più urgente si debba igienizzare. Pensieri e sensazioni si annidano nella mia mente: forse è solo mia l'impressione che tutto ciò potrebbe inesorabilmente allontanare gli studenti da quello che dovrebbe essere il presidio della cultura? Alcuni di loro potrebbero sentirsi abbandonati, esclusi dall'Università, alcuni potrebbero percepirsi come operai in una fabbrica d'esami, come automi calati in un mondo virtuale in cui dev'essere 'automatico' riuscire a studiare nei luoghi non solitamente adibiti alla concentrazione e al lavoro. E forse alcuni potrebbero non sentirsi benvoluti sotto le occhiate sospette degli adetti alla sicurezza e alle pulizie che guardano -con stupore e disabitudine- chiunque giri con uno zaino sulle spalle, quasi come fosse un ghiro uscito prematuramente dal letargo. Eppure l'Università deve il suo spirito proprio alle associazioni di studenti -le universitates- nate in Europa nel XI secolo: dopo quasi dieci secoli questo corpo comatoso si sta privando della parte della sua anima più pura e pulsante.

Scanner e computer incellofanati e transennati

Ma come hanno reagito gli studenti a tutto questo?

È naturale -ma non scontato- che dai pochi studenti superstiti che hanno continuato a frequentare i luoghi, ormai a loro preclusi da diversi mesi, siano sorti dapprima dei dubbi e poi delle proposte concrete nel tentativo di riprendersi i propri spazi. È stata fatta una petizione ‘La biblioteca che non vogliamo’, una raccolta di istanze contro le attuali modalità di accesso e consultazione -sottoscritta da 338 firmatari- che studenti e dottorandi hanno stilato in un documento sottoposto agli organi competenti- tra cui il Rettore, il Prorettore della Didattica e il Responsabile del Servizio, Prevenzione e Protezione. Una protesta che, tenendo conto dell’andamento dell’epidemia e delle norme anti-contagio, vuole ribadire la necessità inderogabile di maggiori spazi e servizi nel rispetto della sicurezza di tutti, nonché il bisogno di istituire un dialogo tra componente studentesca e Direzione Balsf. Una risposta è arrivata: siamo in attesa di ricevere informazioni sull'arrivo dei sanificatori, dispositivi di igienizzazione grazie ai quali sarà possibile accedere nuovamente alla biblioteca con quanta più sicurezza possibile.

Tutto ciò può sembrare un capriccio condito con una melensa quanto patetica retorica non è vero? Ma non ci accorgiamo -o facciamo finta di non notare- che stiamo navigando in un mare d’incoerenze, tra indecisioni e promesse che, piombando dall’alto, un giorno sembrano risolutive e il giorno dopo impossibili da attuare? Siamo così assuefatti dall’angoscia di un male invisibile che, mentre siamo intenti a preservare quella ‘nuda vita’, stiamo perdendo altri aspetti dell’esistenza, proprio quanto di più vivo e bello c’è in noi e attorno a noi. Immaginiamoci tra cinque, dieci o vent’anni: guardandoci indietro, saremo fieri di come eravamo? Saremo orgogliosi di aver fatto tutto ciò che era in nostro potere per cercare di cambiare la situazione in cui noi stessi eravamo immersi? Ci pentiremo - io e altri come me- della nostra indifferenza oppure un sorriso ci schiuderà le labbra pensando a come eravamo a vent’anni, a quanto era bello battersi per ciò in cui si crede -a costo di essere etichettati come ‘incoscienti’: sapremo, nel profondo di noi stessi, di esser stati davvero felici in quel momento, perché stavamo vivendo per ciò che ci faceva sentire - e non solo essere- vivi. E magari - io e altri come me- non ci pentiremo di niente: rifaremmo tutto, dall’inizio. Ad ognuno di noi la scelta, ad ognuno di noi la possibilità di fare della propria vita la storia più bella che un giorno potremmo raccontare. Sebbene ci sembri che le nostre azioni non sortiscano alcun effetto e alcune parole scivolino nella sordità di chi non vuole ascoltare, proprio in questi momenti dobbiamo ricordare che tutto passa ma nulla va perduto. Ognuno di noi è un sasso nello stagno. Ma occorre lanciare la pietra affinché le cose accadano. Rimanere fermi, inerti e indifferenti, significa osservare da lontano ciò che vorremo essere, avere o fare, perdendo le opportunità che la vita ogni giorno ci prospetta. Ad ognuno di noi il coraggio di fare la prima mossa. Ad ognuno di noi il diritto di ricevere delle risposte, il dovere di informarsi nel modo più chiaro possibile. Ad ognuno di noi il coraggio di fare domande perché, rendendosi perfettamente conto della difficoltà di prendere decisioni in un profondo momento di crisi, ogni dubbio è lecito.