Vi siete persi il nostro evento in Webinar live su Facebook? Non disperate, ecco qui un recap

"L'Europa ai tempi del Covid-19" nasce come un confronto dialettico, una "chiacchierata" intelligente volta a fare chiarezza in un clima fitto di incertezze e controversie: per questo motivo, un teatro d'eccezione, il Webinar, ha visto, sabato 9 maggio, la nostra Elena Marfori moderare il confronto tra il professor Lorenzo Carbonari e il professor Gustavo Piga.

I relatori

Il prof. Lorenzo Carbonari è ricercatore confermato di Economia Politica presso il dipartimento di Economia e Finanza dell'Universitá di Tor Vergata. Inoltre è ricercatore al "CEIS" (Centre for Economic and International studies) dell'Università di Tor Vergata.

Il prof. Gustavo Piga è professore ordinario di Economia Politica e titolare del corso di Microeconomia all'Università di Tor Vergata. È il co-direttore responsabile dell'"European Journal of Public Procurement Markets" e membro del comitato scientifico parlamentare di Bilancio.

L'evento

Ad aprire il dibatto, frutto della collaborazione con "VGen" e "Alitur", è stato il nostro presidente, Federico Brughitta, con la presentazione di "Uninformazione" e i ringraziamenti, dopodiché la parola è passata ad Elena e alle domande:

Professor Piga, durante la fase uno quale è stata l'efficacia degli interventi delle istituzioni per far fronte alle esigenze della collettività e, di contro, quale la risposta di questa a tali interventi?

Laddove l'Italia abbia potuto, nonostante il triste primato europeo della "scoperta" del Covid-19, si è rivelata eccellente: i nostri ospedali hanno dato il massimo sebbene impreparati a fronteggiare una crisi del genere. Difatti, l'Italia ha disinvestito dal settore pubblico in modo clamoroso con impatto notevolmente negativo sull'economia e sulla stabilità dei conti pubblici. Inoltre, l'adozione di un "approccio duale" alla crisi, con misure più stringenti in Lombardia e maggiore libertà per le altre regioni, sarebbe stato auspicabile. Le misure economiche, dal canto proprio, si sono rivelate "timide": se guardiamo al decreto liquidità imprese risulta la scelta di delegare le banche ad agente della pubblica amministrazione ma il loro comportamento non governato tende a non fornire il supporto necessario. Il nostro debito sul PIL e il nostro deficit sono già alti: essi lo sono sempre stati, tuttavia in questo momento stanno salendo al 10% il primo e al 160% il secondo, dato il crollo del prodotto interno lordo, perciò sono necessarie misure atte a ripristinare un minimo comune denominatore di questi due rapporti, sapendo che agendo sul prodotto interno lordo si sistemano anche i conti pubblici.

Professor Carbonari, l'aumento della spesa pubblica, un calo della produttività, un minor gettito fiscale dato dalla contrazione del PIL, potranno essere affrontati senza dover far ricorso politiche di austerità?

Si è detto che la pandemia è uno "shock simmetrico", nel senso di simmetria tra i paesi della Comunità europea, ma ciò lo si potrà constatare solamente ex post. E' uno "shock asimmetrico" per quanto concerne i settori colpiti: alcuni di essi sono stati chiusi andando incontro ad una crisi di liquidità, causa di una serie di fallimenti. Questi ultimi nulla hanno a che vedere con la produttività bensì con la sorte di trovarsi in un settore, quale quello dei servizi, colpito in maniera letteralmente asimmetrica da uno "shock" di tale sorta. Del resto, pur essendo legittimo criticarne l'operato, la Comunità Europea e il nostro governo hanno provato a reagire anche con una certa sollecitudine se si pensa all'impaccio di fronte alla crisi finanziaria 2007/08, alla crisi del debito del 2011 e all'eccezionalità dell'emergenza Coronavirus. Non andremo incontro a un rischio di austerità fino a che ci sarà questo "ombrello di liquidità" garantito dal MES, BEI, dalla BCE ed, eventualmente, dal Recovery fund. Finito ciò ci ritroveremo con un rapporto debito-PIL al 160% e sarà difficile evitare un consolidamento qualora non saremo stati in grado di adottare qualche contromisura preventiva.

Professor Piga, quali potrebbero essere le conseguenze di medio e lungo termine di questa instabilità economica e, ancora, è possibile intravedere delle opportunità di sviluppo con adeguate politiche industriali di investimento?

Questo tipo di crisi rappresenta uno "shock transitorio" e porta con sé una questione di isteresi, cioè sortisce effetti di lungo periodo o addirittura permanenti. Per ciò che riguarda l'Italia, a preoccupare sono quelli che comportano la sparizione delle piccole imprese: esse costituiscono la gran parte del nostro tessuto imprenditoriale e, flagellate dalla crisi, sono costrette irreversibilmente alla chiusura. La questione chiave diventa, per evitare questi effetti di isteresi, avvicinare la politica economica, la politica di sostegno, il più possibile e velocemente, a differenza di quanto sta accadendo ora: una piccola impresa, ignara del proprio futuro, non considera minimamente il prestito, garantito o meno. Se si persevera nell'ideale di rientrare a tutti i costi nelle esposizioni mediante tagli agli investimenti pubblici montati adesso, non si andrà molto lontano: è necessario rimettere in moto quelle migliaia di cantieri bloccati da anni soprattutto per l'assenza di liquidità e che spiegano, paradossalmente, il ritardo costante dell' 1% dell'Italia in termini di crescita e il peggioramento dei conti pubblici misurati dal debito sul PIL rispetto agli altri partner europei. Ciò poiché la produttività delle imprese private dipende strettamente dalle infrastrutture che siamo capaci di costruire attorno: non c'è un paese al mondo che non abbia un settore privato competitivo le cui imprese non siano supportate da un settore pubblico attento alla manutenzione delle sue autostrade materiali e immateriali. Pertanto, non possiamo pensare di ritornare a una costruzione della politica fiscale europea così come era quella antecedente all'arrivo del Covid-19.

Professor Carbonari, potrà questo periodo essere un'occasione per rivedere i vecchi schemi socio-economici ormai superati per costruire dei modelli alternativi improntati all'innovazione e alla valorizzazione delle nuove generazioni?

Questo paese, semplicemente limitandoci alle questioni economiche, ha da sempre un atteggiamento negativo nei confronti dei giovani e le motivazioni sono varie: di carattere culturale, demografico e non trascurabile è la "old dependency ratio" cioè la quota degli anziani sulla popolazione italiana, pesante anche in termini elettorali. Peraltro, ulteriore fattore rilevante, è stata l'assenza del tema della scuola nei dibattiti sul lockdown, per la quale non sono stati approntati piani concreti di riapertura. Come già affermato, l'Italia ha un modo di porsi storicamente non troppo favorevole nei confronti dei suoi giovani, tuttavia, a parziale contropartita di questo, si può dire che la gioventù in Italia è un'età che non finisce mai.

I provvedimenti per la liquidità presi durante l'emergenza con tempestività da un lato e leggerezza dall'altro hanno una serie di lacune, non ultima la cospicuità del piano di garanzia offerto dallo Stato e bisogna accertarsi di quanti ne beneficeranno: trattandosi di prestiti vanno rimborsati alla scadenza e creano, purtroppo, spazi per una serie di comportamenti opportunistici.

Il debito pubblico particolarmente elevato è un tratto distintivo della nostra economia da tantissimi anni. Il livello del rapporto del debito pubblico sul PIL, di per sé, non è un problema, il problema è la sua sostenibilità. L'"ombrello" della BCE, ci consente un costo di indebitamento molto basso fino a quando sono in vigore questi piani di acquisto e, specialmente, l'ultimo relativo alla pandemia. Tuttavia, benché il tasso interesse sia basso, il nostro tasso di crescita è nullo ora, a prescindere dalla contingenza che ci porterà probabilmente a un meno 10/12% sull'anno prossimo, poi dopo, se la pandemia ci darà tregua nel 2021, cresceremo in virtù di un effetto rimbalzo. Se non cambia qualcosa a livello strutturale della nostra economia, se la ricrescita non riparte in modo sostenuto, perderemo il vantaggio dell'indebitamento a tassi di interesse così bassi, mettendo a repentaglio il sentiero di stabilità del debito: il debito le nazioni non lo devono estinguere, il debito le nazioni lo devono rinnovare e lo devono stabilizzare.

Professor Piga, in questi giorni il Recovery fund si presenta come uno dei temi più caldi: potrebbe essere questa la soluzione più adeguata? Quali altri strumenti potrebbero essere usati in alternativa?

In questa crisi l'Unione Europea e le istituzioni europee hanno fatto tanto: il passo verso i paesi più in difficoltà è stato importante. L'Unione Europea non potrà fare molto di più perché c'è bisogno di interventi urgenti e immediati: il Recovery fund, ancora in uno stato embrionale e del quale la Commissione europea non ha ancora verificato i finanziatori, non va incontro alle nostre esigenze di breve periodo. Inoltre, supponendo che l'Italia prenda il MES, essa aderirebbe al fatto che dal 2021/2022 si torni alle "vecchie regole" ma il governo, a ragione, non ha assolutamente voglia di farlo. In tutto ciò (alla luce della sentenza di Karlsruhe, che ha giudicato parzialmente incostituzionale il programma di acquisti della BCE), risulta, giustamente, futile appellarsi al concetto di solidarietà a livello europeo, soprattutto accusando di "egoismo" la Germania e l'Olanda. Quindi, è necessario, nel breve periodo, supportare le piccole imprese con schemi superiori a quelli attuali; nel medio periodo, favorire la riapertura dei cantieri, una volta debellato il virus e nel lungo periodo, non essendoci legati al MES, discutere con i nostri partner europei su che costituzione fiscale post-Covid vogliamo.

Professor Carbonari, un commento anche da parte sua su questi strumenti, sull'atteggiamento dell'Europa e sull'ostilità dimostrata, appunto, dalla Germania e l'Olanda

L'Italia potrebbe trarre beneficio utilizzando questi strumenti di liquidità europei, però è altresì vero che la discussione sulla condizionalità imposta dal MES è stata a volte anche surreale. La sentenza di Karlsruhe pone forse una pietra tombale sull'ipotesi di una fiscalità europea e rischia di minare l'efficacia dell'intervento della BCE. Dal canto proprio, l'economia va affrontata in modo razionale, per cui il concetto di solidarietà è applicabile alle comunità ma nel senso più strettamente antropologico, ossia alle famiglie e alle nazioni con un radicato senso nazionale, fattore che nemmeno al suo interno l'Italia stessa possiede. Quindi, è impossibile che si possa instillare tale sentimento nell'elettorato olandese e altrettanto poco serio è pensare che un leader politico olandese possa assumersi tale responsabilità in nome di un ideale solidaristico europeo: è fondamentale, pertanto, un confronto dialettico tra l'élite del nostro paese e quelle dei paesi più ricchi.

A conclusione del dibattito, i due docenti hanno auspicato il ritorno alla didattica "corpo a corpo", sebbene anche quella online, forte delle sue peculiarità, si sia rivelata un' inaspettata risorsa di crescita, a livello didattico, per entrambe le parti separate dallo schermo.

Dal canto nostro, rinnoviamo i ringraziamenti ai professori Carbonari e Piga e per gli interventi illuminanti e per il forte messaggio di speranza rivolto a tutti gli studenti.

Un grazie enorme, infatti, va anche a voi, che ci seguite e sostenete! Stay tuned!