(Articolo di Simone D'Ercole)

Libro psicologico, introspettivo e persuasivo.

Se lo leggerete preparatevi perché Dostoevskij prenderà la vostra mente e la caverà via da un’eterna distrazione, portandovi in un viaggio ricco di colpi di scena, di emozioni e di legami. Le sue parole non ammettono distrazioni, ma tanto non ce ne saranno: l’autore è capace di intrappolarti nelle sue scene più di quanto possa aver mai fatto un film.

Il delitto avverrà nelle prime 50 pagine, ed è il castigo la vera trama che intreccia le filigrane della storia di Dostoevskij. Un castigo così vivo che fa quasi paura, che impressiona come un quadro di un impressionista, solo che questo quadro è fatto di parole.  

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Questo libro non è un capolavoro è storia.

Dostoevskij ha visto la morte, perché condannato a morte e solo all’ultimo, un frammento di attimo prima di essere impiccato sul patibolo è stato graziato dallo Zar. Le sue sensazioni vivide e palpabili della morte le ha trasmesse attraverso le parole dei suoi personaggi. Non tutti gli scritti di Dostoevskij mi sono particolarmente piaciuti, ma questo trascende da qualsiasi gusto personale e non.

Quelle emozioni di adrenalina, ansia, eccitazione, angoscia, felicità e tristezza che l’autore ha provato è riuscito ad incastrarle e incastonarle nelle sue stesse parole.

Credo proprio di pensare che Dostoevskij fosse una persona assai sensibile alla realtà delle cose, a quello che viveva: altrimenti non si spiega la possibilità che qualcuno possa imprimere nelle parole sensazioni così forti e sensazionali.

Dostoevskij aveva bisogno di scrivere per esprimersi quanto noi abbiamo bisogno di leggerlo per imparare.

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