Il Don Chisciotte della Mancia è probabilmente una delle opere letterarie più sottovalutate da parte di studenti e docenti non hispanohablantes. A chiunque vengano chieste informazioni riguardo l’opera magna di Miguel de Cervantes Saavedra la risposta sarà più o meno la medesima: “ah, ma quella commedia dove il cavaliere combatte i mulini a vento?”, ossia un piccolo accenno ad un passo ormai entrato nell’immaginario collettivo per via della sua demenzialità. Una risposta abbastanza sciocca considerando che le gesta del Ingenioso Hidalgo sono poste al secondo posto nel podio della letteratura mondiale, un gradino appena sotto alla Divina Commedia di Dante.

Il Don Chisciotte, soprattutto nel secondo volume, è l’espressione massima della corrente barocca in Spagna, attraverso il continuo circuito composto da illusione e disillusione: la follia del cavaliere errante entra a contatto con la cruda realtà, ben lontana dalle immagini leggendarie dei poemi cavallereschi e molto meno distante dalla realtà corrotta dell’aristocrazia iberica; en resumidas cuentas è una parodia nel senso più nobile del termine, una critica raccontata attraverso l’esasperazione.

La profondità dei temi trattati dal genio spagnolo precedono di secoli la storia: nonostante la sua stesura fosse iniziata nel XVI secolo, già sono individuate alcune realtà che sarebbero diventate quotidianità lungo tutto il ‘900, esempio su tutti l’emancipazione femminile incarnata da Marcella.

Il capitolo XIV del Tomo I si apre con le esequie del pastore Grisostomo, raccontate attraverso una canzone da amici e compaesani; il motivo della sua morte è legato a Marcella, una giovane donna che respinge l’amore provato dal pastore. L’amore non ricambiato è già stato materia d’ispirazione per poeti europei precedenti e ricontestualizzato da quelli successivi: Dante e Beatrice, Giacomo ed Elisa, Ludwig ed Elise.
È qui che Cervantes prende le distanze dai sopracitati: l’amore di Grisostomo non contiene sentimentalismo, non è un sentimento puro, bensì un legame morboso ed egoista che spera di imprigionarla, ossia l’illusione di poter costringere una persona libera ad una vita infelice, illusione dell’uomo spezzata dalla disillusione della donna.

"Io son nata libera, e, per poter vivere libera, scelsi la solitudine dei campi: gli alberi di queste montagne son la mia compagnia, l’acqua chiara di questi ruscelli i miei specchi; agli alberi e all’acqua confido i miei pensieri e dono la mia bellezza. Sono un fuoco lontano e una spada riposta. Quelli che ho fatto innamorare con il mio aspetto, li ho disingannati con le mie parole, e se i desidèri si nutrono di speranze, non avendone io data alcuna a Grisostomo, né ad alcun altro di loro, ben si può dire che li uccide la loro ostinazione, piuttosto che la mia crudeltà."