Il 12-13 luglio del 100 a.C nacque a Roma uno dei personaggi più importanti e ricordati della storia dell’antica Roma: GAIO GIULIO CESARE. Cercare di tracciare in breve la biografia di Giulio Cesare è un’impresa pressoché impossibile. Tuttavia si può provare a raccontare che cosa lo rese grande a tal punto da essere ricordato e in alcuni casi preso come modello (la parola CAESAR nel senso di imperatore ne è l’esempio, come testimoniano i termini KAISER in tedesco e ZAR in russo) a più di 2000 anni dalla sua morte.

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Paradossalmente, al contrario di molte figure storiche, non ci furono presagi, omen o profezie, che annunciassero la sua nascita. Colui che sarebbe diventato una delle figure più importanti della fine dell’era repubblicana nacque come un “semplice” patrizio di una delle famiglie romane per eccellenza: la Gens Iulia. A differenza di altre due figure storiche dell’antichità, ovvero Alessandro Magno e Annibale Barca, Giulio Cesare non fu il figlio di un re né il figlio di un illustre generale.

Senza aver ereditato nulla di particolare da antenati importanti e potenti, poco a poco, il futuro “Divo Giulio" dimostrò sia di essere abile sia in campo politico, sia in campo militare. Ma non solo: la sua figura fu fonte di grande rispetto e ispirazione. La plebe lo adorava, e le sue legioni lo veneravano come Giove in terra. Il legame tra Cesare, il popolo e le legioni romane era molto saldo. Il suo carisma e il suo carattere forte furono notati, sin da quando fu preso in ostaggio in giovane età da una banda di pirati. Solamente grazie all’uso della furbizia e dell’ingegno, riuscì a ribaltare la situazione contro i pirati.

Più passarono gli anni e più il suo mito, la sua leggenda cominciavano a crescere. Dopo aver ricevuto incarichi politici importanti, tra cui la carica di “magister” in Iberia, divenne triumviro e console. L’inizio della sua scalata verso il potere cominciò con la conquista della Gallia. I galli erano una popolazione che per secoli aveva dato molti seri problemi al popolo romano. Tutti conoscono lo scontro tra Brenno e Furio Camillo ai tempi del primo sacco di Roma. Attraverso una campagna, anzi: una conquista, che durò per 8 anni, Cesare mostrò tutte le sue doti di generale e comandante. La battaglia di Avarico provò che ben sapeva le chiavi dell’arte della guerra. A discapito di molti generali, Cesare aveva appreso benissimo il modo come rialzarsi dopo un passo falso. Infatti, dopo aver subito una sconfitta (non decisiva ai fini della guerra) a Gergovia, mise in atto un capolavoro strategico nella battaglia di Alesia, che si rivelò uno scontro decisivo nella guerra gallica: gli permise di sconfiggere Vercingetorige e la sua armata.

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La sua vera prova del 9 venne durante la seconda guerra civile romana. Quando dovette scontrarsi contro Roma stessa. Una guerra che lo vedeva in partenza nelle vesti di sfavorito contro l’ex triumviro, nonché "amico", Pompeo. Il senato si era schierato dalla parte di quest’ultimo, attribuendogli così un ruolo istituzionale. Fu una guerra che per ben quattro anni mise a dura prova l’esercito di Cesare, soprattutto dopo la sconfitta a Durazzo, in Albania. Poi Cesare dovette misurarsi anche con gravi problemi di logistica in Tessaglia (Grecia). Ma, come già spiegato, Cesare aveva sempre imparato dalle sue sconfitte e di conseguenza seppe adattarsi alle diverse condizioni dello scontro. Lo stesso non si può dire di Pompeo, un generale che aveva fatto il suo tempo e che non seppe sfruttare la vittoria a Durazzo a suo favore. A Farsalo, Cesare con la metà degli uomini piegò Pompeo, il quale fuggi in Egitto, ma non le forze pompeiane. Fu solo alla battaglia di Munda, in Nord Africa, nel 45 a.C che la guerra poteva finalmente dichiararsi terminata.

Dopo aver sconfitto nemici esterni e interni, che cosa divenne Cesare? Eh già, perché non ci fu soltanto il Giulio Cesare condottiero, ma anche il politico. Dopo anni di conquiste e di guerra civile, si occupò di riformare il senato dopo le numerose perdite causate dalla guerra civile, fece aumentare il numero di magistrati. Ma non solo, si occupò di opere architettoniche.

Senza ombra di dubbio, il suo più grande difetto fu un eccesso di clemenza. Al termine della guerra civile, decise di concedere perdono e amnistia a molti dei pompeiani. Giulio Cesare si vedeva come una figura benevola, e le figure benevole non sono crudeli e sanguinarie. Quest’errore gli costò la vita il giorno delle celebri "Idi di Marzo”. Una congiura di senatori, capeggiata da Bruto e Cassio, decise di assassinare Cesare per salvare la Repubblica. In verità, Cassio e Bruto avevano scopi non molto nobili – come gli sarebbero attribuiti da Shakespeare in poi – ma intendevano prendere il potere e tenerselo. La morte di Cesare non risolse niente dal punto di vista politico: i giorni della repubblica erano comunque finiti e le due guerre civili ne furono la prova.

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Bisogna dire che Cesare riuscì nel cosiddetto “passaggio del testimone”. Con suo nipote Ottaviano, il quale poi divenne suo figlio adottivo, Roma raggiunse nuovi traguardi importanti, la città rinacque, e per ben 40 anni, Ottaviano riuscì a rendere impresso il concetto di “pax romana”.

Ancora oggi, quando si parla di Antica Roma, non si può non parlare di Cesare. Quando si tratta di campagne militari, non si può non leggere il "De bello gallico”, opera scritta dallo stesso Cesare. Quando si parla dei problemi che ebbe l’impero con i Parti, non si può non parlare di come sarebbe stata scritta la storia se Giulio Cesare fosse riuscito a partire il 16 marzo 44 a.C nella sua spedizione pianificata contro queste popolazioni in Oriente.
Positiva o negativa che fosse, l’immagine di Cesare è tutt’oggi oggetto di dibattito nella nostra società moderna. Nel bene o nel male, ha lasciato un'impronta che ormai è diventata leggendaria.

Le sue scelte e le sue azioni sono riecheggiate nei secoli successivi.

D'altro canto, come lui stesso disse:

"Alea iacta est”: il dado è tratto.

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