Tempo di lettura: 2'

Spesso quando si cerca di capire la grandezza che rappresentò Roma, e che la rese un faro di luce nel mondo antico, pensiamo subito alla cultura, i costumi, i monumenti e le invenzioni che gli antichi Romani ci hanno lasciato in eredità. Spesso ci si sofferma a illustrare come le città romane presentassero un modello avanzato rispetto agli standard dell’epoca. Molto passava attraverso l’innovazione tecnologica che i Romani svilupparono nel corso dei secoli. Come disse Dionigi di Alicarnasso: “la straordinaria grandezza dell’impero romano si manifesta prima di tutto in tre cose: gli acquedotti, le strade lastricate e la costruzione delle fognature.” Ed è proprio sul primo punto che vogliamo soffermarci: sull’importanza che ebbero gli acquedotti Romani. Chi è residente nel quartiere di Cinecittà, avendo il “Parco degli Acquedotti” a pochi passi, ha la fortuna di ammirare molti acquedotti, la più parte di epoca romana, ma anche d’epoca cristiana. Il più imponente di tutti (e anche quello maggiormente preservato) è l’acquedotto Claudio. Tuttavia, vi vogliamo raccontare di un altro celebre acquedotto:

l’Acqua Marcia.

alt="acqua-marcia"

La sua costruzione risale al 144 a.C. per opera del pretore Marcius Rex. L’acqua proveniva dal fiume Aniene (Anio in latino); a differenza di altri acquedotti, la sua fonte proveniva da una zona che era situata più a monte. Il percorso totale che compiva l’acqua era all’incirca di 91 km. Dalla Spes Vetus, l’acqua andava a percorrere le mura Aureliane, la porta Tiburtina e finiva per sboccare nei pressi dell’attuale stazione Termini.

Riusciva anche a raggiungere il Campidoglio, grazie all’assetto urbano che all'epoca era molto diverso. Da non sottovalutare la portata dell’acquedotto Acqua Marcia. Infatti, era il secondo dopo l’illustre “Anio Novus” e trasportava circa 187.600 m3 d’acqua al giorno.

Disgraziatamente, oggigiorno l’acquedotto Marcia è tra i tanti acquedotti romani che, dalle guerre greco-gotiche in poi, versa in condizioni deplorevoli.

Una curiosità: la sua acqua era considerata come la migliore della città, tant’è che Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, la definiva “clarissima aquarum omnium”.

Articolo di Romain Iovinelli - The Marco Aurelio Project