"Gossip Girl" ritorna sui nostri schermi: dal 1 gennaio 2019 sarà infatti disponibile sul catalogo di Netflix. Ispirata ai romanzi di Cecily von Ziegesar, la serie tv trasmessa dal 2007 al 2012 si scontra con le concorrenti nel fitto panorama "teen-drama".

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"And who am I? That's one secret I'll never tell...": un breve recap

Come dimenticare l'epica intro di ogni puntata? "Gossip girl" narra, attraverso la voce di un insider sconosciuto, le relazioni misteriose dei giovani dell'élite dell'Upper East Side di Manhattan. Serena, Blair, Chuck e Dan sono solo alcuni dei protagonisti, le cui vicende fioriscono nella Costance Billard/ St. Jude School evolvendosi sino all'età adulta. In sei stagioni, infatti, assistiamo al consolidamento di una sorta di microcosmo dove a fare da arbitro è proprio Gossip Girl tramite temutissimi post.

Il ritorno tanto atteso

"Gossip girl" ritorna in un contesto diverso da quello originario: sceglie di risorgere nell'era dello streaming appunto su Netflix e non in tv, come già in passato. Ad attenderla, oltre alla miriade di fans appassionati, è però un cielo costellato di imitatori "non proprio pedissequi": nasce spontaneo il confronto con "Baby" o "Elite", entrambe disponibili sulla piattaforma rossa per antonomasia. L'idea, dunque, è quella di proporre la spinosa tematica della complessità giovanile conferendole un sapore internazionale e tentando di infrangere lo stereotipo.

Il confronto necessario ovvero perché (forse) abbiamo bisogno di "Gossip girl"

Abbiamo bisogno di "Gossip Girl" perché brucia la delusione suscitata da "Baby": quest'ultima prometteva di sviscerare la drammaticità di teenagers desiderosi di rivoluzionare lo status quo "pariolino". Purtroppo non riesce ad allontanare lo stereotipo e i personaggi permangono in una bidimensionalità a tratti angosciante, svalutandone la cornice Sorrentiniana. "Baby" pare trattare di un fenomeno isolato e non rompe il muro tra i "figli di papà" e i figli di "Notte prima degli esami". "Gossip girl" conquista grazie alla complessità dei personaggi. Sebbene durante la visione si è tentati dallo schierarsi, subentra la riflessione su quel mondo distante. Anzi, non promette denunce ed appare più godibile, soprattutto alletta l'idea di seguirla in attesa di svelare l'arcano su cui si incardina.

Invece, "Elite" avrebbe potuto sfruttarlo meglio: da sempre tale espediente è adoperato per creare hype, si pensi alla serie "Veronica Mars". Ma anche qui si finisce per sfibrare i buoni propositi, comunque meno che in "Baby".

Pertanto, nell'attesa che la voce di Kristen Bell (voce di Gossip Girl, ndr) ispiri gli sceneggiatori più audaci, una domanda sorge spontanea: davvero i giovani nuovi "ricchi" sono tutti così "piatti" e prevedibili come queste due serie ce li presentano?

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Forse l'astuta descrizione "click-bait" approntata da Netflix per "Gossip girl" vuole essere un monito ironico per i followers posteri.

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