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L’assalto all’ambasciata statunitense del 1° Gennaio 2020

Suleimani è l’uomo dietro all’assedio dell’ambasciata statunitense di Baghdad di pochi giorni fa. Negli ultimi giorni di dicembre, un contractor statunitense era rimasto ucciso nel bombardamento di una base vicino Kirkuk da parte di miliziani di Kataib Hezbollah, un gruppo terroristico molto vicino all’Iran. Gli Stati Uniti hanno reagito bombardando cinque siti controllati dalla milizia in Iraq e in Siria, uccidendo venti persone. 

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IL checkpoint d'ingresso statunitense, sotto assedio

La mattina del primo dell’anno, migliaia di manifestanti filoiraniani hanno invaso la green zone di Baghdad, un’area al centro della città dove hanno sede gli edifici governativi e le rappresentanze diplomatiche del paese, cingendo d’assedio l’ambasciata statunitense e invadendone il cortile interno. La situazione si è risolta svariate ore dopo, senza morti o feriti e con solo danni alle strutture dell’ambasciata, grazie all’arrivo di rinforzi statunitensi. 

Il danno più grande rimane però quello politico. Gli Stati Uniti si sono visti messi all’angolo in una delle zone teoricamente più sicure di tutto il Medio Oriente, senza che il governo iracheno, responsabile della sicurezza della green zone e alleato degli Stati Uniti, facesse nulla. Questo fatto ha diverse implicazioni. La prima riguarda l’enorme influenza che l’Iran ha sui quadri militari iracheni. La seconda invece deriva dal fatto che senza l’appoggio totale del governo iracheno, la presenza militare degli Stati Uniti in Iraq diventa difficilmente sostenibile.

La risposta degli Stati Uniti 

La risposta degli Stati Uniti non si è fatta attendere. Nella notte tra il due e il tre gennaio un drone statunitense ha colpito e distrutto un convoglio di auto nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. A bordo vi erano Abu Mahdi al Muhandis, capo di Kataib Hezbollah, Mohammed Ridha Jabri, responsabile delle pubbliche relazioni delle forze di mobilitazione popolare (altro gruppo filo-iraniano presente in Iraq) e lo stesso Qassem Suleimani.

Il ministero della Difesa ha poi dichiarato: “Il generale Suleimani stava attivamente sviluppando piani per attaccare i diplomatici americani e altro personale in Iraq e in tutta la Regione”. L’uccisione di un uomo del profilo di Suleimani segna un punto di svolta senza precedenti nello scenario politico mediorientale e porta ad un ulteriore e probabilmente definitivo deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti ed Iran.

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Una foto dei rottami del convoglio di Suleimani

Mai prima d’ora si era scelto di eliminare un membro d’alto profilo di un paese straniero, tra l’altro, in un paese terzo, in modo così plateale. L’assedio all'ambasciata è stato in un certo senso un attacco diretto al presidente Trump, che aveva basato gran parte della sua campagna elettorale contro Hillary Clinton sulla mala gestione della crisi in Libia, che nel settembre del 2012 aveva portato alla distruzione dell’ambasciata e all'uccisione di Christopher Stevens, ambasciatore statunitense. L’attacco a Suleimani non è stato improvvisato, è impossibile pensare di poter eliminare un soggetto di quel tipo da un giorno all'altro. La ricostruzione più probabile è che sia stata presentata a Trump una finestra d’opportunità per assestare un duro colpo alla presenza iraniana in Iraq e che a seguito dell’assedio della green zone si sia convinto a dare il via libera.

E ora?

Per quanto sia difficile da credere, Trump vuole disimpegnarsi dal Medio Oriente. Non è un teatro prioritario per la sua amministrazione e ha più volte promesso di ritirare i contingenti statunitensi dall’Iraq. Le scelte delle ultime settimane derivano dalla volontà di Trump di rinegoziare gli accordi sul nucleare stretti con l’Iran e l’Occidente nel 2015, fortemente voluti da Obama e dalla sua amministrazione. Trump si è detto più volte convinto di poter negoziare un accordo migliore, più stringente per l’Iran additando l’accordo stretto da Obama come un “Bad Deal”. La strategia sarebbe quindi quella di isolare quanto più possibile l’Iran, alzando costantemente la posta in gioco, parallelamente spingendo per una riapertura dei tavoli delle trattative.

La prima conseguenza della morte di Sulemani non è arrivata dall’Iran, ma dall’Iraq. Il parlamento iracheno ha infatti passato una risoluzione non vincolante che annulla l’accordo che permetteva alle truppe della coalizione a guida statunitense di mantenere una presenza militare sul territorio, su invito del governo iracheno. Trump ha replicato che in caso di espulsione delle truppe americane dall’Iraq, avrebbe imposto sanzioni sul paese costringendolo a pagare i “miliardi di dollari” spesi per la costruzione di una “base aerea estremamente costosa”.

L’Iran ha intanto dichiarato tre giorni di lutto per celebrare la scomparsa di Sulemani, annunciando pesanti ripercussioni contro gli Stati Uniti.

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Decine di migliaia di persone hanno riempito le strade di Teheran per i funerali del generale.

È la terza guerra mondiale?

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A parte gli scherzi, no. Anche se l’Iran avesse abbastanza alleati o capacità militare per tener testa agli Stati Uniti nella regione, non si potrebbe permettere il costo economico, politico e umano di una guerra convenzionale con gli Stati Uniti.

E quindi?

L’attentato a Suleimani espone i militari statunitensi in tutta la regione a rischio di attacchi. L’Iran non ha interesse a inimicarsi altri stati occidentali e in linea di massima le maggiori potenze, Regno Unito escluso, si sono già dichiarate contrarie ad un riesame dell’accordo e, in generale, alle attuali politiche statunitensi nei confronti dell’Iran.

Ci sarebbero fiumi d’inchiostro da scrivere sulla questione, ma per beneficio di sintesi mi fermo qui. Se volete approfondire vi lascio un po' di link qua sotto interessanti:

The Middle East’s cold war, explained: https://www.youtube.com/watch?v=veMFCFyOwFI

US-Iran conflict explained: https://www.youtube.com/watch?v=d_htudbaqsk

Iran Deal: https://www.youtube.com/watch?v=5xnZ_CeTqyM

Se volete dirci la vostra, non fatevi problemi, la persona più "titolata" del paese a farlo, fino all’altro ieri, vendeva le bibite al San Paolo. Buona giornata a tutti.

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