Il 23 Giugno del 2016 è una giornata storica: il popolo britannico ha scelto di lasciare l'Unione Europea. I "Brexit" hanno sconfitto i "Bremain" con una percentuale all'incirca del 52%.
Tira un'aria particolare in quel di Londra oggi, un misto tra euforia e preoccupazione, tra NO e SI. La sterlina, come si pensava, è già crollata ai minimi da 30 anni. Ora inizia il periodo degli interrogativi e delle trattative. Il leader Cameron dovrà sedersi ad un tavolo con Commissione e Consiglio UE al fine di definire clausole del distacco secondo quanto stabilito dai trattati e al fine di trovare accordi magari temporanei per limitare i danni economici.

Mentre Cameron vede oggi molto in bilico la propria posizione, il leader UKIP Nigel Farage festeggia il successo di questo referendum e ad esso si accodano gli euroscettici d'Europa. Marine Le Pen in Francia, Matteo Salvini in Italia e tanti altri leader no euro d'Europa hanno già invocato al referendum anche nelle loro nazioni e promettono battaglia contro questo "progetto fallimentare" chiamato Ue.

Le conseguenze sui mercati di questa vittoria del NO sono decisamente imprevedibili. Questa mattina il crollo più pesante l'ha avuto il Giappone con l'indice Nikkei di Tokyo che è sceso ben dell'8%. Le borse europee sono previste in crollo totale dalla giornata di oggi ed è imprevedibile quanto questa discesa possa essere repentina. I prossimi giorni saranno dunque decisivi per le capitali finanziarie d'Europa e c'è molta curiosità in particolare per la nostra Piazza Affari.

Tuttavia, i danni economici di Brexit sono si incerti specie nel breve periodo, ma comunque apparentemente limitabili per l'Unione Europea. Bruxelles però già si lecca le ferite di una sconfitta pesantissima sotto il punto di vista politico. La Gran Bretagna è il primo inaspettato Paese a lasciare l'Unione dopo che il primo candidato appetibile pareva essere la Grecia, la cui posizione non è certo ancora stabile. L'Europa ora rischia un susseguirsi a catena di proteste e abbandoni che potrebbero far fallire una volta per tutte questo progetto incompleto e instabile ad oggi.
Non basta più Draghi, non servono più le soluzioni tecniche e finanziarie; l'Ue ha bisogno più che mai di un serio progetto politico condiviso per risolvere le problematiche che hanno segnato queste grandi divisioni e dissidenze interne. C'è bisogno di parlare al popolo e riavvicinarsi agli interessi dei cittadini per far capire seriamente che una frammentazione dell'Europa mette a rischio nel lungo periodo, la riaffermazione di questo continente in un contesto globale come quello che si sta creando.