Certo, molti particolari saranno da definirsi nelle prossime settimane nel corso delle riunioni assembleari degli istituti di credito, ma ora che la BCE ha dato il suo via libera - seppur informale - la fusione fra BPM e Banco Popolare sembra qualcosa di molto più simile ad una realtà concreta che ad un sogno.
Novembre è il termine ultimo fissato per concludere una fusione che, di fatto, costituirebbe il terzo gruppo bancario d'Italia dopo Intesa San Paolo ed Unicredit: un colosso con 170 miliardi di euro di attivi, oltre 5 miliardi di capitalizzazione, circa 2500 sportelli, 25000 dipendenti ed una copertura di mercato pari all'8%.

Ma questo titano della finanza poggerà su solide colonne o, invece, minaccia di essere poco più che una gigantesca operazione azzardata? Da quel che mostra l'indice di solidità Cet1 ratio non sembrerebbe, visto che esso oscilla intorno al 13,6% di fronte ad un minimo del 10,50% stabilito dalla BCE.
Inoltre, le aree strategiche dove poggeranno gli affari di questa banca, da sole, valgono il 40% del PIL italiano; stiamo parlando di Lombardia, Veneto e e Piemonte, dove il neo istituto di credito andrà ad imporsi con quote di mercato rispettivamente pari al 15%, 9% e 12%.

Un discorso a parte andrà fatto per quel che riguarda le sofferenze, ossia i crediti deteriorati, che Bpm-Banco Popolare andranno inevitabilmente a gestire; stiamo parlando di 8 miliardi di euro, distribuiti rispettivamente fra 1,5 mld per Bpm e 6,5 per Banco Popolare. Tuttavia, sembra che sia già stata trovata una soluzione a questo aspetto tramite la creazione di un'unità organizzativa interna alla neo-banca che, sottolinea l'A.D.  di Bpm, Giuseppe Castagna, << massimizzerà l'efficienza e la velocità di recupero dei crediti>>.

Le sofferenze della banca di Verona sono oltre quattro volte tanto rispetto alle stesse dalla "cugina" milanese, ma bisogna anche considerare il totale degli attivi su cui i crediti deteriorati vanno a pesare; ed infatti, il miliardo e mezzo di sofferenze della lombarda sono da ripartirsi su 50 miliardi di attivi, mentre l'istituto di credito gestito da Saviotti vanta ben 120 miliardi di euro di attività; una differenza relativa, tutto sommato, testimoniato anche dal fatto che gli indici di solidità di queste banche non vanno a discostarsi più di tanto.